Spogliarsi del vecchio uomo e rivestirsi dell’uomo nuovo
Domenica 11 ottobre 2026.
Testi dalla versione Nuova Riveduta 1994. Secondo il lezionario Un giorno una parola.
Scheda di Graziella Graziano.
Efesini 4,17-32 (tra parentesi i vv. 17-21, che precedono la pericope).
(17Questo dunque io dico e attesto nel Signore: non comportatevi più come si comportano i pagani nella vanità dei loro pensieri, 18con l’intelligenza ottenebrata, estranei alla vita di Dio, a motivo dell’ignoranza che è in loro, a motivo dell’indurimento del loro cuore. 19Essi, avendo perduto ogni sentimento, si sono abbandonati alla dissolutezza, fino a commettere ogni specie di impurità con avidità insaziabile. 20Ma voi non è così che avete imparato a conoscere Cristo. 21Se pure gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù), 22avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; 23a essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente 24e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità vere che procedono dalla verità. 25Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. 26Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira 27e non fate posto al diavolo. 28Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno. 29Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma, se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia a chi l’ascolta. 30Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione. 31Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! 32Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.
Il capitolo 4 segna la svolta strutturale della Lettera agli Efesini, muovendo dalla sezione dogmatico-teologica dei capp. 1-3 a quella più specificamente parenetica dei capp. 4-6. L’incipit del cap. 4 con la congiunzione conclusiva «Vi esorto dunque...» (4,1) funge da cerniera: l’etica cristiana viene presentata come la logica e necessaria conseguenza dell’immensa grazia rivelata nella prima parte dell’epistola.
Il capitolo si articola attorno a due grandi fulcri:
L’unità e la diversità nel corpo di Cristo (vv. 1-16): l’autore fonda l’unità su sette pilastri teologici (un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre) e mostra come i diversi ministeri (apostoli, profeti, evangelisti, pastori e dottori) siano doni del Cristo risorto al fine di edificare la comunità e condurla ad una fede più consapevole e matura.
La rottura radicale con il paganesimo (vv. 17-32): nella seconda metà del capitolo (in cui si inserisce la nostra pericope), l’unità ecclesiale viene difesa dalla minaccia dello sfaldamento etico. L’autore traccia una netta linea di demarcazione tra la cecità spirituale delle genti e la logica della metanoia cristiana. L’edificazione del corpo di Cristo non è un concetto astratto, ma passa attraverso la trasformazione della mente e l’azione dello Spirito Santo, che le divisioni e le falsità comunitarie rischiano di "rattristare" (v. 30).
La nostra pericope costituisce uno dei blocchi parenetici più densi del Nuovo Testamento, in cui l’autore articola la transizione radicale dall’esistenza "vecchia" alla "nuova umanità" in Cristo. Per la nostra prospettiva, questo testo non è un semplice codice di comportamento morale, ma la traduzione concreta della giustificazione per fede in santificazione comunitaria.
L’autore non si limita a elencare vizi da evitare e virtù da coltivare; fonda ogni imperativo etico su una solida realtà indicativa: la verità che è in Gesù (v. 21). Il passaggio dal "deporre" (l’uomo vecchio) al "rivestire" (l’uomo nuovo) non è un’opera di auto-perfezionamento, ma un atto battesimale e pneumatologico che ridefinisce interamente le relazioni all’interno del corpo di Cristo. Da questo punto di vista il passaggio dall’indicativo della prima parte del capitolo all’imperativo della seconda è significativo nel suo identificare l’azione di Dio in Cristo attraverso lo Spirito come motore che muove all’azione e all’etica comportamentale delle persone cristiane che rispondono e testimoniano l’azione prima di Dio. Per Efesini l’imperativo (come dobbiamo vivere) nasce sempre dall’indicativo (ciò che Dio ha già fatto).
La teologia del testo si muove costantemente tra la dimensione cosmica della redenzione e la quotidianità delle dinamiche fraterne (la parola, l’ira, il lavoro, il perdono), offrendo criteri cruciali per una chiesa chiamata a vivere la riconciliazione in un mondo frammentato.
v. 22: la metafora dello svestirsi dell’uomo vecchio era nota negli ambienti cristiani, e nel mondo antico in generale; connessa al battesimo (tra II e III secolo, prima dell’immersione si depositavano gli abiti e si indossava al termine della cerimonia un abito nuovo o comunque rinnovato), la metafora finisce per definire in generale uno stile di vita precristiano, precedente alla conversione (cfr. vv. 17-19). La corruzione della persona vecchia è dovuta ai desideri della carne: l’uomo vecchio non è dunque qualcosa di ereditato, che cessa di esistere col battesimo, ma è invece ciò che permane nel sottostare alle passioni ingannatrici, letteralmente desiderio dell’inganno, desideri ingannevoli (ἐπιθυμίας τῆς ἀπάτης).
v. 23: questo versetto comporta qualche problema, perché non è chiaro che cosa si intenda con spirito della vostra mente; sembra riferirsi sia allo spirito umano, in cui avrebbe luogo il rinnovamento, sia allo Spirito Santo, donato alla mente, e grazie al quale è possibile il rinnovamento; i commentatori propendono per considerarlo umano, come se, in un certo senso, lo spirito e la mente rappresentassero la componente della persona vecchia che permane nella nuova.
v. 24: giustizia e santità (ὁσιότης) si trovano accoppiate nel NT solo qui e in Lc 1,75 (cfr. anche Sap 9,3 LXX), e talvolta nei testi del cristianesimo primitivo. Molti commentatori si sono chiesti perché questa coppia e non l’amore, che riepilogherebbe la condotta cristiana, come si trova negli scritti paolini e in quelli, come Efesini, di scuola paolina. L’ipotesi è che l’autore abbia voluto utilizzare due termini di uso corrente per precisarli poi con l’aggettivo vere: l’evangelo è verità, e giustizia e santità sono fondate sull’evangelo. Questione relativa alla traduzione di ἄνθρωπον: funzione e limiti della traduzione persona (se la persona vecchia era un artista, spogliandosi del peccato non perde la sua arte…). La persona vecchia è quella del peccato, la nuova è quella della giustizia e santità vere, tenendo fisso tuttavia che non è possibile isolare una persona nella sua essenza, scissa dal suo agire, dal suo parlare, dal suo pensare.
v. 25: da qui parte la definizione degli aspetti di differenziazione tra la persona vecchia e quella nuova e da qui le esortazioni generali dei vv. 22-24 (a rigore infiniti dipendenti da «avete imparato») si sostanziano nel concreto. τὸ ψεῦδος non è la menzogna nel senso di un atteggiamento di falsità, qui si parla del concreto mentire, di peccati specifici, che possono minare la coesione della comunità: è proprio dal mentire che può cominciare lo sfaldamento etico che minaccia l’unità ecclesiale; l’esortazione a dire la verità al prossimo riprende Zc 8,16. Naturalmente si apre la questione del concetto di prossimo: nonostante la ridefinizione del concetto di prossimo da parte di Gesù, a comprendere tutti e chiunque, qui sembra avere il significato di correligionario, una visione restrittiva determinata dalle condizioni di precarietà e di sospetto nelle quali vivevano le prime comunità cristiane.
vv. 26-27: questi due versetti costituiscono un’unità tra loro. Il v. 26a cita il Sal 4,5 (LXX), il che spiega la formulazione insolita. A prima vista 26a sembra dire “siate adirati e non peccate”, come se ai cristiani fosse richiesto di adirarsi, ma in realtà il primo imperativo è in funzione concessiva o condizionale (va bene adirarsi, ma non peccare/qualora siate adirati non peccate), poiché l’ira porta facilmente al peccato. Dante mette gli iracondi nel V cerchio dell’Inferno, dentro la palude dello Stige, sono immersi nel fango, nudi, e si percuotono, si azzuffano e si mordono a vicenda. La questione se vi sia una collera giusta, negata in Matteo 5,22 (ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale) è discussa già da Origene, che ammette una collera legittima per es. nel caso si assista ad un’ingiustizia, ma qui l’autore probabilmente fa riferimento a chi si adira per un torto subito personalmente, condizione condannata anche negli scritti sapienziali dell’AT che sottolineano che solo a Dio compete l’intervento, solo a Dio la vendetta. L’atteggiamento dell’autore, qui come altrove, è eminentemente pratico, sente il bisogno di porre un limite all’ira.
v. 27: per condannare l’ira l’autore adduce la motivazione supplementare: l’ira fornisce un’opportunità al diavolo per intervenire (διάβολος: il calunniatore/separatore). (In realtà Paolo preferisce l’appellativo di satana, cosa che proverebbe ulteriormente la paternità non paolina della lettera, in ogni caso l’uditorio greco era in grado di comprendere meglio διάβολος piuttosto che l’ebraico satana). La motivazione qui non si riferisce direttamente al bene della comunità, ma è pertinente rispetto ad ogni comportamento ed è rilevante in sé.
v. 28: questo versetto obbedisce allo schema che prevede che un’asserzione negativa sia seguita da una positiva in relazione alla dimensione comunitaria. Il furto era riconosciuto nel decalogo come uno dei peccati più gravi. Qui l’autore probabilmente vuole non condannare senza possibilità di appello, ma mostrare la possibilità di mettere in atto un comportamento compensativo. C’è da tenere presente che nel mondo antico la maggior parte dei lavoratori prestava la propria opera a giornata e il furto occasionale rappresentava comunque un’opzione, non essendovi forme strutturate e generalizzate di assistenza ai poveri. Prescrivere il lavoro rientrava pienamente nella mentalità giudaica del tempo, dove anche il ricco ozioso era riprovato. Il versetto conferma inoltre l’attenzione delle prime comunità cristiane a chi viveva nel bisogno, anche se non è chiaro a chi o a che cosa si riferisca esattamente la parola bene (ἐργαζόμενος τὸ ἀγαθόν: operare il bene): tradotto quindi con lavorando onestamente/portare a termine bene il proprio lavoro/facendo ciò che è bene con le proprie mani.
v. 29: λόγος σαπρὸς: l’aggettivo sapros si usa per l’albero malato, il pesce putrefatto o la frutta marcia. Non si riferisce solo alle volgarità, ma a parole che "sanno di marcio", che corrompono i rapporti e avvelenano l’ambiente comunitario. Il peccato delle parole cattive viene posto sullo stesso piano della menzogna e del furto. Le parole cattive nuocciono a chi le pronuncia e danneggiano la persona cui sono indirizzate, corrompono la comunità e fanno vacillare l’armonia; le parole buone edificano chi le ascolta, ma anche chi le pronuncia, apportano benefici spirituali nel senso più generale del termine, ad es. nell’ambito delle relazioni di cura.
v. 30: questo versetto si discosta dalla struttura dei precedenti: vi è solo una negazione non controbilanciata da una proposizione positiva; più che nell’interesse della comunità sociale, sembra porsi ad un livello più profondo. Il verbo λυπεῖτε è profondamente interpersonale. Si rattrista solo una persona che ci ama. Questo termine esclude che lo Spirito Santo sia un’energia astratta: è una Persona divina che soffre quando i suoi figli si lacerano a vicenda. L’espressione Spirito Santo di Dio è piuttosto elaborata e magniloquente, forse per sottolineare l’importanza di quanto si sta dicendo: i peccati di cui si è fatto menzione non offendono solo la comunità di credenti, ma anche lo Spirito di Dio che dimora in essi così come in noi. Lo Spirito Santo ha sigillato e autenticato i/le credenti nel battesimo che da quel momento in poi appartengono a Dio che li ha liberati per gli ultimi tempi; l’espressione ἡμέραν ἀπολυτρώσεως, il giorno della redenzione, è un hapax nel NT (il sostantivo ἀπολύτρωσις ricorre invece altrove, anche in 1,7.14).
v. 31: è in forma negativa ed è strettamente connesso con il v. 32 che è in forma positiva per chiudersi con la motivazione. Il versetto si apre con una serie di 5 sostantivi, tutti afferenti alla sfera dell’ira e si chiude con una generale cattiveria; rappresentano una sequenza in crescendo che intende dire che l’ira, in tutte le sue manifestazioni, deve essere bandita. Questo elenco di vizi si ritrova in parte in Col. 3,8 (Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene). Perché l’autore ritorna sull’ira da cui aveva già messo in guardia in 4,26? Non lo fa infatti per nessuno degli altri peccati. Forse vuole suggerire che l’ira ha un maggiore impatto distruttivo sui rapporti all’interno della comunità rispetto agli altri comportamenti/peccati e il bisogno di unità e coesione richiede cura e attenzione. Il tema era comune, in ogni caso, al moralismo greco e anche a quello giudaico.
v. 32: qui i/le credenti tornano ad essere soggetto degli imperativi e il versetto ha un’intonazione positiva. L’aggettivo benevoli (χρηστοί) era di uso comune anche in ambito non giudaico o cristiano per definire una persona buona. Viene utilizzato nella LXX e nel NT anche per indicare la bontà di Dio verso l’umanità ed è un termine eminentemente relazionale, così come il verbo successivo, perdonatevi a vicenda come Dio vi ha perdonato, dove si indica una causalità che diventa motore dell’azione. χαριζόμενοι: è il termine più potente del brano. Non viene usato il verbo comune per il perdono (aphíemi, "lasciar andare"), ma un verbo che deriva da cháris (grazia). Perdonare significa "fare grazia", regalare il perdono gratuitamente, senza che l’altro se lo sia meritato, riflettendo esattamente il modo in cui Dio ha agito con noi (echarísato). Di nuovo si nota l’alternarsi degli imperativi per l’essere umano, con gli indicativi al passato per Dio: la condotta umana è direttamente raccordata a quella divina; il fondamento dell’agire umano sta in ciò che Dio ha fatto per l’umanità. Se la vicendevolezza sia da intendersi dentro alla comunità o, come sembra più consono, anche all’esterno è questione discussa tra gli studiosi: Markus Barth (Ephesians, Anchor Bible, 1974) difende la restrizione all’interno della chiesa sostenendo che è immensamente più facile perdonare chi è lontano piuttosto che il nostro vicino di panca al culto.
L’imperativo per la persona umana riflette quello che possiamo diventare a seguito di ciò che Dio ha già operato in noi, in Cristo e con lo Spirito Santo
Lo spirito della nostra mente ci parla il linguaggio dello Spirito di Dio. Mettersi in ascolto.
L’ira. Per che cosa ci adiriamo oggi? Intorno a noi, ma forse qualche volta anche in noi, il sole non solo tramonta sull’ira, ma risorge addirittura. Quale diavolo ci separa da Dio, dal nostro prossimo, ci alletta con le calunnie e ci sprona all’ira (il successo, la visibilità, il denaro, il potere…)?
Le parole che usiamo: anche queste spade vanno trasformate in vomeri. La maldicenza, come la calunnia, come la menzogna, è un venticello che si insinua. Bonhoeffer in “Vita comune” dice che non bisogna parlare di un fratello di nascosto: non solo non se ne deve parlare male, ma non se ne deve parlare affatto in sua assenza, neppure con l’intenzione di aiutarlo. Quindi la parola che distrugge vs la parola che edifica, che costruisce, ma anche la parola taciuta, anche la capacità di tacere.
Lo Spirito Santo che ci è stato dato in dono per la nostra edificazione si rattrista per le nostre mancanze, perché non riusciamo a sentire il suo suggello che ci ha dato l’imprinting della salvezza, della redenzione, della trasformazione, del rinnovamento. Siamo nel tempo dello Spirito: come predicare lo Spirito Santo? La personificazione dello Spirito di Dio per raggiungere il cuore dell’umanità?
La benevolenza: non solo volere il bene del prossimo, non solo volere bene al prossimo, ma farglielo sapere. Questo edifica, questo è misericordia, questo è far parlare il cuore. Senza menzogne ma anche senza ritrosie o falsi pudori. Imparare a dire bene, a dire parole buone anche in questo senso.
Ultima revisione del 6 ottobre 2026, ore 16:54.